Utilizziamo i cookie, anche di terze parti, per consentire la fruizione ottimale del sito. Proseguendo la navigazione, si accetta il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni o negare il consenso, LEGGERE QUI.
Ok
Ti trovi in:
condividi su:
Facebook
Google

Storia

Firenze in travaiAbbiamo deciso di introdurre la sezione del sito che riguarda la nostra storia utilizzando la premessa del libro "Firenze in Tramway" di Fabrizio Pettinelli , Responsabile della Programmazione del Servizio di Ataf.

Si legge nel "Rapporto dell'Anno Accademico 1895-1896" dell'Accademia della Crusca: "(...) A dir vero il 'v' essendo una spirante labiodentale, potrebbe nella pronunzia e nella grafia essere preceduta dalla nasale labiale 'm', quanto dalla nasale labiale 'n'; ma poichè in italiano il 'v' è sempre preceduto da 'n' e non da 'm' nella lingua parlata e nella scritta, la forma 'tranvai' fu preferita dall'Accademia (...)" (cfr. Leo Pestelli Parlare Italiano, Milano 1979, pag. 95).

Questo autorevolissimo parere metteva fine a un'annosa diatriba fra i sostenitori del "tramvai" e quelli del "tranvai" ma, scrive sempre il Pestelli nell'opera citata, questo era "(...) il parere di Perpetua, chè già il popolo di Firenze se l'era cucinata da sè, il secondo giorno dopo l'inaugurazione del tramway, leggendo a modo suo nei fianchi delle carrozze quel nome esotico (...)", confortato, aggiungiamo noi, anche da Vamba, che in quegli anni scriveva "Viva il via-vai, viva il tranvai, viva il progresso e viva quelli che ce l'hanno messo", mente l'illustre italianista Costantino Arlia, membro dell'Accademia della Crusca ma dotato di un linguaggio molto più diretto rispetto a quello degli altri Accademici, scriveva nello stesso periodo: "(…) La qual parola (tramway) però fu con giudizio dal popolo tramutata in tranvai, cioè adattata all'indole della nostra lingua; sebbene certi caponi, o per ignoranza o per cocciutaggine, si ostinino a dire tramvia, guidovia, ippovia (e, ora che i cavalli sono stati messi a riposo, elettrovia) e simili altre sconcezze" (per non parlare dell'orrendo "ipposiderodo", coniato dal giornale letterario "Caffaro").

Il tranvai (e, successivamente, il "filobusse" e poi l'"autobusse") sono stati croce e delizia per generazioni di fiorentini, sono entrati nei detti proverbiali ("gli'è la storia di' tranvai che 'un arriva mai", con le sue innumerevoli varianti: "gli'è la storia di' tranvai, di tutto e' mi ragiona ma di sposarci mai" etc.) e nella colorita fraseologia dei "tombolai" di turno che, estraendo il numero fatidico nelle classiche partite natalizie, nella maggior parte dei casi sibilavano compiaciuti "diciasssspettami alla Stazione" (possibilmente con qualche "esse" di più), sono stati maledetti, negli anni, da migliaia di fiorentini in attesa alle fermate, ma anche cantati dai più famosi interpreti dello spirito fiorentino; il grande Odoardo Spadaro, nella sua "Canzone di tutti i giorni", che descrive la vita quotidiana dei fiorentini, non a caso inizia il ritornello citando il tram, quasi a sottolinearne l'essenzialità nella vita cittadina, e associandolo a un verbo che, da sempre, ha contraddistinto il modo inusuale dei fiorentini di accedere ai mezzi di trasporto pubblico:
"Passa un tram e ti ci arrampichi su"

Nella famosa "Tra Piazza San Firenze e Piazza Signoria", d'altro canto, celebra a modo suo lo storico capolinea tranviario di Piazza Signoria:
"Icchè si fa, gni' dico, o dolce bella mia?
La fa: Pigliamo i' tramme di Piazza Signoria.
Ma s'era rotto i' filo e 'un c'eran più partenze
allora siam tornati in Piazza San Firenze.
Sentivo un certo odore che mi portava via.
Le dissi: Oh icchè t'ha fatto in Piazza Signoria?
La dice: Eh co' cavalli di tante diligenze
ci ho messo un piede sopra in Piazza
San Firenze"
mentre Riccardo Marasco cerca di approfittare, peraltro senza molta fortuna, di un viaggio in filobus:
"Su i' filobus di Fiesole quel giorno la incontrai
e fino a San Domenico negli occhi la guardai.
Sarà stato i' mi' fascino, oppure il mal di mare,
il fatto l'è che pallida la vidi diventare.
Fu in Piazza nello scendere per colpa della scossa
che feci pe' sorreggerla però sbagliai la mossa.
La disse rigirandosi con molta educazione:
La 'un faccia tanto i' bischero, sennò gli do un ceffone"

Senza scomodare gli interpreti più famosi, al tram furono dedicate anche anonime canzonette popolari, come questa citata dal solito Arlia (e riportata nel libretto "Gli è la storia del tranvai", a cura di Guglielmo Amerighi):
"Sono andato questa sera,
sono andato sul tranvai,
non avea provato mai
quanto bene vi si sta
Vieni, corri, il tramme parte,
a far questa scampagnata,
è ridente la giornata,
ci ha piacere anche tu'ma'"

E, infine, per attestare una volta di più quanto il trasporto pubblico sia radicato nell'animo dei fiorentini, come non ricordare l'Iris e l'Amneris che (accanto a Gano il duro di San Frediano, alla sora Alvara Bucalossi, a Chiari del chiosco degli sportivi e a tanti altri personaggi) combattevano, sulle onde radio del "Grillo canterino", la loro eterna battaglia contro il fattorino che, ahimè senza successo, pretendeva di far pagare loro il biglietto.

Studi anche ponderosi, doverosamente citati nella bibliografia e senza i quali sarebbe stato impossibile stendere queste brevi note, sono state dedicati alla "storia del trasporto pubblico" o all'"evoluzione storica del sistema di trasporto ATAF". Credo però che sia ancora da scrivere la vera "storia del tranvai", che è fatta soprattutto dalle mille storie del suo personale, e del suo quotidiano vivere nella città e per la città. E' una lacuna da colmare, e spero che vi saranno le sedi per farlo.

A questo proposito, e a chiusura di questa breve premessa, riporto di seguito (e senza correzioni ortografiche) la trascrizione di una lettera al Direttore dell'ATAF (all'epoca ancora STU) di un dipendente che, tornato dalla guerra, chiedeva di essere riassunto: credo che questa testimonianza (custodita, insieme a migliaia di altre, negli archivi ATAF) possa rendere l'idea dello spaccato di umanità, di spontaneità, di "fiorentinità" al quale mi riferisco quando parlo di "vera storia del tranvai".

8.6.45
A cominciare dal 24 agosto nel 1943 sono rimpatriato dalla Sicilia e dopo pochi giorni mi presentai da Voi, se viricordate per ritornare al lavoro, e Voi mi diceste che occorreva il congedo, e io andai subito dal mio Comandante che era già 3 giorni che io mancavo e lui in vece di dammi il congedo mi messe 10 giorni in prigione, a Bel Vedere, dopo uscito di prigione riscappai di novo e stiedi un 40 giorni a Prato dai miei parenti, e spesso, spesso andavano a casa per vedere se mi potevano pigliare per portarmi al forte. Dopo mandarno un foglio a casa il quale ciera scritto se entro 24 ore non mi ero presentato avrebbero preso mia moglie. La mia moglie è 20 anni che è malata, allora in vece di andare io ando mia moglie a Bel Vedere e gli passarono una visita superiore da un capitano medico, e le dissero che io mi presentassi subito per attesa di congedo. Io mi presentai subito, ma anche al'lora mi misero in prigione. Dopo la prigione mi misi arrapporto col Comandante e lui visto che il soldato non lo volevo fare, mi mise a abbadare i conigli, e azzappare gli orti di guerra dicendo che questo mi dava il congedo, mà non vedendo il congedo ancora fui costretto a riscappare e andai qualche giorno a Campi Bisenzio, e appena ritornato a Firenze, non avendo tessera del pane io morivo di fame mà non mi presentai, mà la sera verso le 10 mi vennero a pigliare, altri 15 giorni di prigione e mi tennero a badare ai conigli, e orti di guerra, fino che non mi congedo. Questo posso ringraziare il lazzarone del M*********, che ne ò anche buscate, io e B****.
Altro non ò da dire.
A********* S******
Il dipendente fu riassunto.